La riforma elettorale di Bergoglio e il taglio dei collegi cardinalizi sicuri: il prossimo Papa sarà eletto con il proporzionale.
L'articolo su Huffington Post del prof. Piero Schiavazzi, docente di Geopolitica Vaticana alla Link Campus University

Pope Francis attends a meeting with the Community of Sant'Egidio, to mark the 50th anniversary of foundation, at Santa Maria in Trastevere basilica in Rome, Italy, March 11, 2018. REUTERS/Filippo Monteforte/Pool

Cinque anni di pontificato per Francesco tra resistenze e innovazione
di Piero Schiavazzi

Un quinquennio sulle rive del Tevere scandisce il tempo, inquieto, della politica e lo scorrere dei parlamenti della Repubblica. Coincidendo nell'ultimo caso con lo start elettorale di un romano pontefice: marzo 2013, mese del conclave. Simultaneità troppo invitante per non assumerne glossario e scenario. Metodo e metafora. E riassumere, in siffatta maniera, la prima "legislatura" di Francesco.

Iniziamo dal paesaggio: in Urbe e in Orbe. Analisti, e psicanalisti, alla scuola di Karl Jaspers, le chiamano epoche assiali: quando l'asse dell'universo e della storia s'inclina, s'incrina, dentro e fuori di noi. Senza sentire ragioni, senza risparmiare istituzioni. Stato e partito. Ideologia e antropologia. Chiesa e religione incluse. I valori a dispetto delle apparenze permangono, ma si riposizionano. Arretrano e avanzano in graduatoria. Bergoglio, unitamente ad esserne causa e catalizzatore, risulta egli stesso conseguenza del processo suddetto, che Giovanni Battista Vico da credente ricondurrebbe alla provvidenza divina e Benedetto Croce, da laico, alla logica terrena delle cose tout court.

Le due categorie della misericordia e globalizzazione, con il Papa dei confini del mondo, ascendono ai vertici della hit e orientano, a ciascun livello, il discernimento dei singoli e dei popoli, nel foro interno delle coscienze individuali e in quello, esterno, delle relazioni internazionali. Le regole, a ben guardare, non hanno subito modifiche. In gergo calcistico diremmo per intenderci che i precetti dottrinali e l'offside, ossia il peccato, sono rimasti tali. Però è cambiato il gioco e al pubblico, che osserva, sembra in definitiva di assistere a un'altra partita. Dove la squadra si converte, gioiosamente, dall'arrocco all'attacco. Evangelii Gaudium, appunto. Magna Carta e manuale di schemi o insegnamenti che nondimeno trovano il team impreparato, dai cardinali e vescovi ai movimenti laicali, mettendo in preventivo e ammettendo in anticipo, sin dal principio, il rischio di prendere goal in contropiede ("Preferisco una Chiesa incidentata, piuttosto che malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze").

Da qui le resistenze, le rivolte di spogliatoio che ritardano l'arrivo dei risultati e caratterizzano l'attuale fase di stanca – "limbo" la definisce Massimo Franco - del pontificato, confidando che l'allenatore getti la spugna e obbligando Bergoglio a rimodulare gli assetti e i tempi: per non incorrere in sgambetti e porte sbattute, defenestrazioni e defezioni, dalla tolleranza zero in fatto di abusi (messa in forse dalle dimissioni di Marie Collins) alla Vatileaks libraria di Nuzzi - Fittipaldi e alle battaglie, viceversa in campo aperto, a colpi di comunicati, tra George Pell e la Segreteria di Stato sui nuovi organismi di vigilanza, ergo trasparenza, finanziaria. Un quadro diagnostico scivoloso di riforme a metà, in casa, e omertà dure a morire, diffuse orizzontalmente, sottopelle, in tutta l'estensione del corpo ecclesiale.

Per saggiare la profondità e velocità del cambiamento non bisogna pertanto soffermarsi a indugiare – indagare tra le pieghe dei documenti, alla stregua dell'Esortazione Amoris Laetitia: duecento pagine di contrastata, contestata mediazione sui temi e problemi della morale familiare. Ma occorre concentrarsi sulla costituzione materiale. Accanto al lento incedere dei sinodi - parlamenti terreni della Chiesa, dove il pastore ha il compito di garantire l'unità del gregge, spinto avanti dai progressisti e frenato dai conservatori - c'è il Sinai d'alta quota dell'"Air Force One" papale, divenuto letteralmente, da un viaggio all'altro, fonte primaria del magistero: qui Francesco libera e libra il suo pensiero, riscrivendo le leggi e trascrivendole, all'istante, sulle tavole digitali dell'immaginario collettivo. Parole pronunciate "al volo", con nonchalance e toni da talkshow, piovono dal cielo e fanno "il giro" del mondo, slacciando le cinture delle regole pregresse ("Chi sono io per giudicare un gay?") e sovrapponendosi non solo etimologicamente, bensì teologicamente, al circuito (en kýklos) tradizionale di una enciclica. Poiché sulle labbra dell'uomo che ha il potere di legare e di sciogliere anche una battuta produce norme, amplificate - ratificate dalla rete mediatica, innovando la prassi e il costume dell'istituzione.

Se in ambito antropologico il verbo di Bergoglio penetra biblicamente nell'anima mundi e si mostra "più tagliente di una spada", sul piano diplomatico registriamo uno strappo addirittura più deciso, e decisivo, che incide "il midollo e le giunture" del pianeta globale. Una rottura che ha per oggetto e bersaglio l'Occidente. Facendo della Cina l'obiettivo e la destinazione finale del pontificato, in attuazione storica e onirica del sogno e disegno che alberga nel DNA di ogni membro Compagnia di Gesù: condensando e accelerando in cinque anni cinque secoli di missione, pena l'esclusione dall'area che conta, in Asia Orientale, dove si perde, o vince, la partita del Terzo Millennio. Il futuro della Chiesa e dell'umanità, secondo il Papa, non transita infatti dal "passaggio a Nordovest" e dal modello americano della civil religion, caro a Joseph Ratzinger: un retroterra strategico di cultura e di coltura, nel quale diversamente dal vecchio continente la vision del cristianesimo non deprime - sopprime le radici ma offre linfa vitale, connotando (In God we trust) e permeando di sé le istituzioni. Un mondo con cui Francesco ha reciso il cordone ombelicale, abbandonando l'idea stessa di civiltà cristiana, per sciogliersi quale lievito negli universi altrui, senza pretesa di plasmarli, ma di aiutarli a evolvere, condividendo, insieme, un traguardo di più alta spiritualità e umanità.

Indipendentemente dall'incompatibilità personale con Donald Trump, mai un Pontefice era risultato così vicino e lontano al tempo stesso dagli USA. Bergoglio proviene infatti dal medesimo emisfero e contestualmente da quello opposto: sudista prima che occidentale. Dai boat people al boat Pope. La barca di Pietro nel quinto anniversario della fumata bianca, completa l'identificazione con i barconi dei migranti, unitamente all'inversione di rotta e rotazione dell'asse iniziate l'8 luglio 2013 sul molo di Lampedusa, in guisa di perno di un compasso planetario, da Settentrione a Meridione. Opzioni che, volendo laicizzare il ragionamento, il Ceo di qualunque holding valuterebbe con uguale propensione, seguendo i diagrammi statistici e dislocando l'azienda "Chiesa" sui mercati che crescono: in primis l'Africa, con un tasso d'incremento dei battezzati superiore del doppio, rispetto alla popolazione. Tra Benedetto e Francesco, in conclusione, potrà pure sussistere una liaison interiore filosofica e teologica. Non certo geopolitica. Come geopolitico è il distinguo ed elemento di netta, inequivocabile, irreversibile discontinuità con i predecessori.

Per finire la "legge elettorale": devoto della Madonna dei nodi, Bergoglio è riuscito a sbrogliare il groviglio di cui, sull'altra sponda del Tevere, governo e parlamento, scienziati e costituzionalisti non sanno venire a capo. Arrendendosi alla "sfinge" della curia, nell'Urbe, ma prendendosi la rivincita sulla piramide gerarchica, nell'Orbe. Operando la più grande redistribuzione di potere tra città, regioni, continenti e stravolgendo i criteri d'ammissione al club ambitissimo, esclusivo della Sistina, dove si sceglierà il suo successore. Se il prossimo Papa si eleggesse oggi resterebbero fuori, ad esempio, diocesi blasonate, intoccabili, cedendo spazio a sedi sconosciute, improbabili. Però reali, e impeccabili. Favola di cenerentole trasformate in regine. Rebus geografico e applicazione giurispubblicistica dell'adagio evangelico: gli ultimi saranno i primi. Davanti al Giudizio di Michelangelo, si materializzerebbero Morelia e Mérida, Les Cayes e San José de David, Bamako e Ouagadougou, Bangui e Santiago de Cabo Verde, Port Louis e Port Moresby, Nuku'alofa e Tlalnepantla, Cotabato e Pakse, Dacca e Yangon. Mentre scomparirebbero Filadelfia e Los Angeles, Baltimora e Detroit, Montreal e Santo Domingo, Tokyo e Sydney, Kampala e Lagos, Luanda e Dakar, Marsiglia e Siviglia, Berlino e Kiev, Torino e Venezia.

Si può parlare a riguardo di un passaggio dall'aristocrazia dei collegi sicuri, tradizionalmente cardinalizi, alla democrazia e al proporzionale: poiché le new entry sono accomunate dal fatto di aver guidato in periodi più o meno lunghi le rispettive conferenze, nazionali o continentali, dei vescovi, suffragate dal voto dei colleghi. Ne discende un meccanismo a "geografie variabili", basato sulle preferenze, che conserva per il momento posti fissi, o quote importanti di maggioritario ma propende, nell'intento dell'artefice, a ridurli ulteriormente - un terzo del totale - in una sorta di Rosatellum (30%) al rovescio. Prospettiva che costituisce il portato più duraturo, gravido di futuro, della "legislatura". E rende Francesco, verosimilmente, il primo Papa della globalizzazione. Protagonista di una riforma che democratizza, modernizza l'istituto del conclave. Adeguandone concretamente le strutture all'ideale, avveniristico, di universalismo che l'Onu addita. E invano persegue. Consapevole che, a differenza della Chiesa, difficilmente le sarà data opportunità di realizzarlo.