Non avrai altro software all’infuori del suo
Esistono nelle nostre università nicchie a volte eccellenti di tecnologie, incapaci di diventare prodotti protagonisti del mercato italiano e mondiale, perché nessuno ci crede e ci investe. La riflessione di Pasquale Russo, direttore generale della Link Campus University

Non avrai altro software all’infuori del suo

da Formiche.net

Il numero di maggio del 2003 del Harward Business Review, riportava un articolo di CarrIt Doesn’t Matter, in cui si affermava che essendo il software oramai una commodity e non più un elemento di differenziazione tra le aziende per la competitività, era inutile per le imprese continuare ad investire in prodotti software specifici per il proprio mercato e per la propria organizzazione, piuttosto era più efficiente comprare quelli già presenti e standard sul mercato.

Questo concetto fu fatto proprio da tutte le grandi società di consulenza e in Italia l’industria nazionale del software che, dopo la scomparsa dell’Olivetti, era già debolissima, ebbe il colpo di grazia.

Così oggi la prime dieci società italiane di informatica sono state costrette a trasformarsi sostanzialmente in system integrator, cioè evoluti integratori di prodotti software ed hardware esteri.

Intanto oggi le società che valgono più in borsa sono proprio società di informatica basate su tecnologie e/o algoritmi di loro proprietà e sono estere.

Oggi nei sistemi di rete delle grandi e piccole imprese, nelle pubbliche amministrazioni centrali e locali, troviamo un arcobaleno di tecnologie provenienti da ogni parte del mondo, selezionate solo in funzione del costo (quello minore) che tecnici italiani, dopo aver studiato per 5 anni di scuole superiori, 5 di università e spesso da uno a tre anni di master o dottorato, hanno semplicemente integrato cioè fatto funzionare insieme.

Il lavoro di un progettista o programmatore di software che nella sua essenza è di creatività, è stato forzato sino a diventare pari a quello di un giocatore di Lego senza che neanche possa scegliere il colore dei mattoncini da mettere insieme.

La competitività delle aziende, soprattutto del made in Italy o meglio del best of Italy, si misura e si misurerà soprattutto sull’introduzione di nuove tecnologie e metodi quali l’additive manifacturing, l’intelligenza artificiale nei processi e un’adeguata difesa della proprietà intellettuale e del know how, attraverso la cybersecurity, e quindi dobbiamo ritrovare lo spirito di ripensare ad un’industria nazionale del software.

L’istituzione del Laboratorio Nazionale di cybersecurity e quello sull’Intelligenza artificiale Ai sono un buon segnale della nuova volontà di marcare la presenza da parte dei centri di ricerca e delle università italiane. Ma…

Un milione e ottocentomila fiorini ungheresi al mese, questo è stato l’ultimo costo per la cybersecurity italiana.

Un milione e ottocentomila fiorini ungheresi sono circa 5.500 euro, questa l’offerta ricevuta da un nostro assegnista di ricerca da un azienda ungherese per trasferirsi a Budapest.

È andato, dispiaciuto ma è andato, da noi al massimo avremmo potuto offrirgli 1.800 euro, meno di un terzo. La legge non consente di dargli di più.

Forse va ripensato l’intero processo università-impresa e quello normativo universitario, sia per consentire ai nostri giovani di continuare a coltivare la propria passione, perché scrivere un software è un po’ come scrivere un romanzo, è scrittura creativa, sia restituendo ai dipartimenti e alle Università una maggiore libertà di azione nei settori che il governo in un Piano nazionale indichi come strategici per il Paese.

Esistono nelle nostre università nicchie a volte eccellenti di tecnologie, incapaci di diventare prodotti protagonisti del mercato italiano e mondiale, perché nessuno ci crede e ci investe.

Avere un’industria del software nazionale significa avere un futuro nella competizione della società digitale che si approssima, significa poter proteggere le proprie infrastrutture senza timori di back door ecc., significa maggiore tutela della privacy dei nostri cittadini.

Significa dare a tutta l’industria manifatturiera una possibilità in più di innovarsi e competere.

Per riflettere: Massimo Marchiori dell’Università di Padova, ideò Hyper Search, un motore di ricerca che basava i risultati non soltanto sui punteggi delle singole pagine, ma anche sulla relazione che lega la singola pagina col resto del web. Questo lavoro è stato citato nell’articolo in cui è stato formulato l’algoritmo Page Rank e Page Rank è la parte più importante dell’algoritmo di posizionamento di Google, ora parte di un sistema ancora più avanzato.

Chissà se Google fosse nato in Italia cosa sarebbe successo?

Ritorna l’antica di noi vecchi informatici: chissà se il microprocessore Olivetti fosse rimasto in Italia cosa sarebbe successo?

Proviamo invece a fare in modo che i nostri giovani fra qualche anno possano dire: questa AI è stata sviluppata in Italia, oppure questa applicazione della blockchain, oppure questo software per la cybersecurity, oppure qualsiasi cosa che verrà e quindi ora l’Italia possiede un unicorno dell’industria del software!

Io ci credo.